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--------------------- Studi in boschi naturali Riserva MAB Introduzione di specie esotiche
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"Aree Pavari" in boschi naturali e artificiali
Studi in boschi naturali Gli studi sulla dinamica evolutiva di formazioni forestali sottratta ad attività antropica in atto presso l'ISS hanno avuto inizio nel 1952 allorché Aldo Pavari, direttore della Stazione Sperimentale di Selvicoltura di Firenze, istituì aree permanenti in differenti formazioni forestali con l'obiettivo prioritario di trarre indicazioni utili per la gestione selvicolturale. Furono così realizzate 24 parcelle sperimentali di ampiezza variabile dai 2 ai 6 ettari, ubicate in tutta Italia, dalla macchia mediterranea alle formazioni alpine di alta quota. L'appartenenza al demanio dello Stato fu l'elemento di scelta delle superfici, mentre le formazioni forestali furono selezionate sia in base alla loro rappresentatività sul territorio, che all'elevato contenuto naturalistico-biologico che rivestivano. L'individuazione e la prima descrizione delle aree protette furono curate da Riccardo Morandini, che poi ha seguito l'evoluzione di queste aree nel primo decennio. Pur essendo fin dall'inizio sottoposte ad un regime di protezione integrale, alcune di queste aree hanno subito profondi mutamenti di origine antropica (inserite nella gestione ordinaria in seguito al passaggio del demanio alle regioni, incendi, utilizzazioni straordinarie ecc.). l'immagine ingrandita
Subito dopo la loro istituzione, furono eseguiti rilievi strutturali, floristici e pedologici per definire lo stato iniziale di ciascuna area. Oggi sono oggetto di ricerca aree rappresentative della macchia mediterranea (n. 9) del bosco misto di cerro e faggio (n. 11) e del bosco di faggio (n. 12 e 14). Ad esse si aggiungono due nuove aree di recente istituzione (n. 25 e 26) rappresentative del abieti-faggeto appenninico e della macchia mediterranea evoluta. Le ricerche attuali si incentrano sullo studio della struttura (composizione specifica, organizzazione sociale, caratteristiche della copertura forestale), dei principali processi ecologici (produzione di lettiera, indice di area fogliare, assorbimento della radiazione) e della produttività (biomassa) per definire la dinamica del popolamento e valutare la funzionalità del soprassuolo. Bibliografia Guidi G., Manetti M.C., 1997. L'area Pavari nella faggeta della Foresta Umbra: caratteri strutturali e trend evolutivo. Annali Ist. Sper. Selv. Arezzo, 28: 39-46. Guidi G., Manetti M.C., 1993. Aree protette: un progetto di quaranta anni fa. Note di informazione sulla ricerca forestale. Ist. Sper. Selvicoltura, Arezzo, 3, 1.
Riserva MAB - UNESCO Collemeluccio-Montedimezzo Tra le aree istituite nel 1952 che conservano ancora la loro validità ai fini della ricerca applicata, quelle di Collemeluccio-Montedimezzo, ubicate sull'Appennino meridionale in provincia di Isernia, rivestono una particolare importanza perchè inserite nel 1977 nel programma Man and Biosphere (MAB) dell'UNESCO, come luoghi rappresentativi delle formazioni a cerro (Quercus cerris L.) ed a faggio (Fagus sylvatica L.) del paesaggio forestale montano dell'Italia meridionale. Il bosco passò al demanio dello Stato nel 1909 dopo che era stato un dominio feudale ed era stato utilizzato intensamente dal prelievo di legname e come pascolo. Il cerro ed il faggio sono due specie con esigenze alquanto diverse nei confronti della luce, quindi nelle due cenosi si possono osservare processi dinamico-strutturali diversi. Il cerro è infatti specie eliofila che si rinnova difficilmente sottocopertura; negli ecosistemi naturali è lecito supporre che la si ritrovi in formazioni miste in quanto può rinnovarsi in corrispondenza di buche formatesi in seguito a crolli di piante stramature. Al contrario il faggio è specie tollerante dell'ombra, si rinnova con relativa facilità anche sotto copertura e forma frequentemente boschi puri. La convivenza delle due specie, verosimilmente, è stata resa possibile solo da un consistente apporto di energia esterna, immessa nel sistema (utilizzazione di grosse piante, pascolo), che ha favorito la rinnovazione ed il successivo sviluppo del cerro. Le aree protette di Collemeluccio-Montedimezzo sono due e occupano circa 3 ettari ciascuna, ad una quota variabile fra 940 e 1040 m. I suoli sono ascrivibili ai suoli bruni-calcarei e suoli bruni molto argillosi, a tratti idromorfi, ma abbastanza strutturati.Le precipitazioni (circa 1000 mm/anno) presentano un massimo in aprile ed uno in novembre, minimi in luglio ed agosto (senza che tuttavia si raggiunga una vera e propria aridità estiva). Il fenomeno nevoso è variabile da un anno all'altro e in genere la neve non persiste a lungo. Temperatura media annua 8.5°C, a gennaio 0.9°C, a luglio 17.2°C. Le gelate sono molto frequenti. Secondo la classificazione fitoclimatica di Pavari (1916) la maggior parte della foresta può essere attribuita alla sottozona calda del Fagetum, con intrusioni nella fredda di alcune stazioni situate a quote elevate, ed alla fredda del Castanetum quelle poste alle quote inferiori. Nelle due aree il soprassuolo è caratterizzato da struttura verticale pluristratificata e/o a tratti monoplana con densità colma; le specie presenti sono principalmente cerro (Quercus cerris L.) e faggio (Fagus sylvatica L.), ne piano superiore, alle quali si associano - nei piani intermedio ed inferiore - acero campestre (Acer campestre L.), carpino bianco (Carpinus betulus L.), con sporadici frassini (Fraxinus excelsior L. e F. oxycarpa Bieb.), acero opalo e montano (Acer obtusatum W. et K. e A. pseudoplatanus L.), corniolo (Cornus mas L.), ciavardello (Sorbus torminalis L.), sambuco (Sambucus nigra L.), berretto da prete (Euonymus europaeus L.), biancospino (Crataegus oxyacantha L.), agrifoglio (Ilex aquifolium L.). In uno studio sulla struttura di questa foresta (Guidi et al., 1991) vengono fatte alcune ipotesi sull'evoluzione dei popolamenti. Le parti più invecchiate della cerreta saranno interessate da crolli delle piante più vecchie ("morte in piedi" e schianti, piuttosto che "ribaltamenti") con conseguente formazione di vuoti nella copertura arborea.Nelle future buche non verrà così messo in luce il suolo minerale che avvantaggerebbe la germinazione ed il successivo sviluppo dei semenzali di cerro, che, da osservazioni fatte in occasione di utilizzazioni in aree limitrofe alla riserva, mostrano di avvantaggiarsi in situazioni di modificazione degli orizzonti per effetto dell'azione dei mezzi meccanici. L'insediamento di novellame nelle buche dipenderà, ovviamente, da un insieme di fattori, quali ampiezza e distribuzione spaziale delle stesse, presenza di piante portaseme di cerro o anche di faggio nelle vicinanze. Tra le varie ipotesi sulla dinamica evolutiva, vale la pena esaminarne due, che appaiono più probabili. La prima, definibile dagli autori dello studio come "catastrofica", porta a considerare l'esclusione del cerro dall'edificazione del futuro soprassuolo ed una seconda che invece ne prefigura la permanenza. Le indagini hanno evidenziato che se in seguito a crolli di piante isolate di cerro si formano buche di piccole dimensioni, le piante limitrofe tendono a richiudere in breve la copertura e ad ostacolare l'insediamento del novellame di cerro, che, anche se abbondante, può dover competere con carpino bianco e acero campestre. In questo caso a consorzi di carpino ed acero potrà verosimilmente succedere la faggeta. nel caso invece i crolli interessino contemporaneamente più soggetti, o comunque diano origine a vuoti abbastanza ampi da consentire un notevole apporto di energia al suolo, potrà insediarsi rinnovazione di cerro capace di affermarsi e di partecipare quindi alla formazione di soprassuoli misti "a mosaico", nei quali la quercia continuerà a svolgere un proprio ruolo. Nelle aree a quote più elevate, invece, il faggio è in perfetto equilibrio rispetto ai fattori ecologici: la rinnovazione è costante e il soprassuolo nelle caratteristiche compositive e strutturali si avvicinerà sempre più al tipo naturale, con partecipazione delle altre specie forestali in posizione subordinata. E' inoltre ipotizzabile la totale scomparsa di uno strato arbustivo, ad eccezione dell'agrifoglio, caratteristico di questo tipo di faggeta (Aquifolio-Fagetum), nochè di altre specie arboree sporadiche, quali frassino maggiore, acero opalo e montano. Bibliografia Abbate G., 1990. Le foreste della riserva MAB "Collemeluccio-Montedimezzo" (Molise - Italia meridionale). Documents phytosociologiques, Camerino, 12: 289-304 Di Martino P., 1985. Aspetti e valutazioni dell'impatto umano sulla foresta di Montedimezzo. Tesi di Laurea, Firenze. Guidi G., Manetti M.C., Pelleri F., 1991. Ricerche sull'evoluzione naturale di soprassuoli forestali a Quercus cerris L. e Fagus sylvatica L., nell'Appennino meridionale. Primo contributo - Osservazioni sui caratteri del soprassuolo e relative modificazioni in due aree protette. Annali Ist. Sper. Selv. Arezzo, 22: 117-156. MAF-Gestione ex-ASFD, 1985. Piano di gestione naturalistica della riserva MAB "Collemeluccio-Montedimezzo" (dattiloscritto), 143 p. Programme Man and Biosphere, 1981. Biosphere Reserves. Compilation 2, UNESCO 313 p.
L'introduzione di specie esotiche Fin dagli inizi del secolo scorso l'introduzione delle specie esotiche finalizzata a aumentare la produzione di legname nazionale fu portata avanti con sistematicità dai maggiori forestali del tempo, in Italia e in Europa più in generale. Fulcro di queste esperienze fu la possibilità di effettuare esami comparativi delle condizioni climatiche e fitogeografiche fra le zone di provenienza e quelle di destinazione delle diverse specie forestali, sulla scia delle classificazioni adatte a questo scopo, prime fra tutte quelle di Mayr e Pavari.
Nel 1916 Pavari così sintetizzava i vantaggi di questa operazione: Il più saliente vantaggio dell'introduzione di nuove specie non consiste nell'arricchire nel suo complesso la flora forestale indigena, ma nell'aumentare grandemente in una data zona climatica, in una data regione, in una data stazione, il numero di specie fra cui si può effettuare la scelta, preferendo così quelle che, in tali condizioni, hanno i maggiori pregi tecnici, colturali ed economici e rappresentano perciò il migliore strumento di produzione. La sperimentazione si sviluppò nelle seguenti azioni:
Una serie di pubblicazioni a partire dall'avvio della sperimentazione fino ai vari inventari realizzati in anni successivi trattano questa problematica, che poi è stata ampliata approfondendo per le specie più promettenti gli aspetti del miglioramento genetico e del trattamento selvicolturale. Bibliografia Allegri E., 1962. La introduzione e la sperimentazione in Italia di specie forestali esotiche a rapido accrescimento. Monti e Boschi, n. 11/12: 506-519. Ciancio O., Mercurio R., Nocentini S., 1984. Le specie forestali esotiche nella selvicoltura italiana. Annali ISS, 13/14, 731 p. Ducci F., Tocci A., 1991. Gli Arboreti sperimentali di Vallombrosa. Ministero dell'Agricoltura e Foreste, Collana Verde, 82. Ferretti F., 1998. Le prove di introduzione di specie forestali esotiche: l'esperienza condotta a Vallombrosa. Primo contributo. Annali ISS, 29: 93-105. Pavari A., 1916. Studio preliminare sulle colture di specie forestali esotiche in Italia. Annali del Regio Istituto Superiore Forestale Nazionale, Vol. 1, 159-379. Pavari A., De Philippis A., 1941. La sperimentazione di specie forestali esotiche in Italia. Risultati del primo ventennio. Annali della sperimentazione agraria, Vol. 38, Failli, Roma. |
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© ISS-Arezzo - Aggiornamento 01.03.01 |
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