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Arboreti di Vallombrosa

Storia ed ambiente

Percorso didattico

L'arboreto di Masso del Diavolo

Gli arboreti

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Gli Arboreti di Vallombrosa

testo tratto da: Index plantarum Vallis umbrosae

di  Ernesto Allegri (1970) e Gli arboreti sperimentali di Vallombrosa di Fulvio Ducci e Augusto Tocci (1991)

 

Storia ed ambiente 

L’Arboreto di Vallombrosa vide la sua nascita in relazione alle attività didattiche e di ricerca del Regio Istituto Superiore Forestale che aveva la sua sede, già dal 1869, nella foresta demaniale di Vallombrosa, in località Paterno.

Il Direttore dell’Istituto, Adolfo di Bérenger, aveva avviato da pochi anni la costituzione di una collezione di alberi forestali e quando la sede dell’Istituto fu trasferita nell’Abbazia di Val­lombrosa, Vittorio Perona fece trasferire la collezione del prezioso materiale didattico vivente in una posizione più vicina alla nuova sede. Era il 1880, e delle circa 230 piante trasferite, 200 sopravvissero dando origine al primo nucleo dell’arboreto, che fu intitolato ad uno dei padri della selvicoltura italiana: Johann Karl Siemon, Ispettore forestale del Granduca di Toscana Leopoldo II di Lorena.

A quell’epoca risale l’annessione all’arboreto del vivaio che ieri come oggi veniva impiegato per la propagazione delle piante destinate ad arricchire le collezioni. Perona, sui margini del vivaio realizzò dei filari di piante ad accrescimento abbastanza rapido con funzione di frangivento e di ombreggiamento: di queste rimangono ancora alcune betulle nei pressi del serbatoio dell’acqua per l’irrigazione ed un lance dalla parte dell’abitato.

Negli anni 1885 e 1886 fu aggiunta una nuova sezione, intitolata al botanico abate di Vallombrosa Bruno Tozzi, questa, in seguito alla costruzione della strada per Secchieta e Montemignaio, fu separata dal resto dell’arboreto.

Nel 1891 fu iniziata, ad opera di R.F. Solla, di Cavara e di Fiori, la costituzione di un piccolo orto botanico dedicato al di Berénger, che però fu completamente abbandonato, purtroppo, nel 1914 quando l’Istituto Forestale venne trasferito a Firenze. Di esso rimane traccia soltanto in una piccola vasca nell’attuale vivaio, destinata un tempo ad accogliere piante acquatiche e nella presenza, all’interno, del vivaio stesso, di Mulgedium macrophyllum DC una Composita a fiori azzurri originaria del Caucaso e del bucaneve.

Si manifestò, successivamente, l’esigenza di ospitare anche specie più termofile di quelle sino a quel momento introdotte nell’arboreto, fu così scelta una zona molto adatta in località Masso del Diavolo, a poche centinaia di metri di distanza dall’Abbazia, alla stessa quota, ma con una esposizione nettamente favorevole a questo scopo. Fu così possibile allevare specie spiccatamente mediterra­nee come il leccio (Quercus ilex L.), il cipresso (Cupressus sempervirens E.), il corbezzolo (Arbutus unedo L.), il lilla (Syringa vulgaris L.), l’olivo (Olea europaea L.), il fico d’India (Opuntia vulgaris Mill.) ed altre ancora. 

Perona, nel 1911, avviò anche la costituzione di un saliceto denominato “Saliceto Borzì”, destinato ad ospitare specie igrofile e di ripa come salici, pioppi, liriodendri, ecc.; tale arboreto specializzato scomparve in seguito ad eventi bellici (1940-1945) e meteorologici eccezionali che portarono alla sua soppressione definitiva nel 1948.

Nel 1914, dopo il trasferimento dell’Istituto Forestale a Firenze, la gestione dell’arboreto fu assicurata dall’amministratore della foresta Ariberto Merendi assieme ad Aldo Pavari, che provvidero ad aggiungere un’ulteriore sezione intitolandola, giustamente, al Perona stesso; è in quell’anno che furono piantati gli esemplari di douglasia, Pseudotsuga menziesii (Mirb.) Franco oggi così maestosi. Durante il periodo bellico 1915-1918 gli arboreti furono affidati alla responsabilità ed all’abilità del maresciallo forestale Antonio Nocentini di cui oggi rimane ricordo e riconoscimento in una targa marmorea posta sul fabbricato principale del vivaio.

A partire dal 1920, quando Aldo Pavari divenne Amministratore della foresta di Vallombrosa, l’Arboreto ebbe continui ampliamenti. Fu proprio sulle nuove specie esotiche ivi introdotte che Pavari elaborò il suo pensiero su questo importante argomento. Ancora oggi sono presenti due piccole parcelle sperientali di Chamaecyparis lawsoniana Pan, e di Thuja gigantea Nutt. che fanno parte di quella complessa rete di parcelle sperimentali di specie esotiche tuttora tutelate dall’Istituto Sperimentale per la Selvicoltura. Pavari, coadiuvato dalla guardia scelta forestale Donato Gallorini, conservò, incrementò e diresse l’arboreto sino al 1960. Gravi danni furono inferti a questo prezioso capitale culturale e biologico vivente durante il secondo conflitto mondiale: nel 1944 un bombardamento provocò la distruzione di almeno 200 esemplari ed il danneggiamento permanente di altri 400-500. A questo evento si devono aggiungere ulteriori danni inferti dalle truppe di occupazione che effettuarono tagli in tutta la foresta circostante e la distruzione, per reperire combustibile, di tutti i picchetti di castagno recanti il sistema di classificazione delle piante.

“Oggi, dopo una pace così duratura, riparati i danni materiali e le ferite di cui tuttavia rimangono le testimonianze, l’arboreto continua la sua opera al servizio di studenti, studiosi e dei pubblico, sempre più sensibile ed interessato, e di riferimento e monito alla nostra civiltà che tanto poco sembra prestare attenzione all’essenza stessa della vita e del creato” (Allegri 1970).

L’Arboreto di Vallombrosa, unico in Italia, è sicuramente uno dei più importanti e conosciuti in Europa, ha attualmente una collezione di circa 5.000 esemplari suddivisi in oltre 700 specie arboree ed arbustive, è diretto e gestito dall’Istituto Sperimentale per la Selvicoltura di Arezzo. 

Gli Arboreti Sperimentali coprono una superficie di circa 9 Ha, completamente recintati. Essi sono compresi nella Foresta Demaniale di Vallombrosa, presso la storica Abbazia (fondata nel 1036 da San Giovanni Gualberto, celeste patrono dei forestali d'Italia). La Foresta di Vallombrosa è situata sui contrafforti dell'Appennino Tosco-Emiliano, tra i 500 ed i 1350 m s.l.m. Gli Arboreti si trovano tra i 900 e i 980 m, nella zona di transizione tra il castagneto e l'abetina; da un punto di vista climatico-forestale tra la sottozona del Castanetum freddo e quella del Fagetum caldo. La temperatura media annua è di 10,2°C (trentennio 1921-50), con minime assolute di -16° (1879) e massime assolute di +30,3°. Le precipitazioni annuali medie sono di 1390 mm, suddivise in 114 giorni piovosi, con massimi autunnali e primaverili e breve siccità (luglio ed agosto). I suoli derivano da rocce sedimentarie dell'Eocene (banchi di arenarie, alternati a strati di scisti argillosi).

Negli Arboreti di Vallombrosa vegetano attualmente oltre 3000 esemplari, appartenenti ad oltre 1200 specie, con 137 generi (di cui 23 appartenenti alle Conifere e 114 alle Latifoglie) facenti parte della flora delle zone climatico forestali del Castanetum, Fagetum, Picetum. Annesso agli arboreti è un piccolo Museo dendrologico, dove sono conservati i campioni di tutti i più importanti esemplari che vegetano negli arboreti (erbario, collezioni di frutti e di semi in vaso, a secco o in liquido, campioni di legname delle piante morte o abbattute): tale museo subì gravissimi danni durante il passaggio della guerra nell'estate 1944, con distruzione quasi completa delle collezioni. La Biblioteca Dendrologica è conservata nella Biblioteca dell'istituto Sperimentale per la Selvicoltura di Arezzo.

Gli Arboreti sperimentali di Vallombrosa sono costituiti da un insieme di sezioni disposte in varie parti della Foresta di Vallombrosa e si può dire, a ragione, che ciascuna di queste componenti costituisca un tassello della loro storia a partire dalla loro prima costituzione. Tutto questo è anche la storia degli uomini, dei forestali e della selvicoltura italiana post­unitaria. Ciascuno degli arboreti rispecchia fedelmente l’epoca e la cultura forestale in cui è stato costituito, per cui sarà possibile intravedere, ponendo un po’ di attenzione, anche una certa evoluzione dei concetti e delle teorie della dendrologia e fra l’altro dello studio della variabilità genetica delle specie.

Si parte insomma dal concetto di specie, vista come ultimo gradino dell’evoluzione e dell’adattamento al variare spazio­temporale dell’ambiente, per arrivare al concetto di ecotipo, di razza geneticamente distinguibile, ancora oggi tanto sottovalu­tato in selvicoltura, soprattutto nel nostro paese. Sarà possibile notare, quindi, come negli arboreti inizialmente realizzati le specie siano rappresentate solamente da pochi individui e come invece in quelli di ultima realizzazione si tenga conto della provenienza del materiale biologico in maniera da disporre di un campione rappresentativo numericamente e statisticamente accettabile.

L’arboreto principale, quello storico tanto per intendersi, è suddiviso in una cinquantina di sezioni distribuite in sette “arboreti” realizzati in epoche diverse, praticamente una per ciascuno dei curatori succedutisi nei 120 anni dalla fondazione. 

  • I        Arboreto “di Bérenger” (1869)

  • II      Arboreto “Siemoni” (1880)

  • III     Arboreto “Tozzi” (1886)

  • IV     Arboreto “Perona” (1914)

  • V      Arboreto “Pavari” (1923-1958)

  • VI     Arboreto “Allegri” (1976)

  • VII    Arboreto “Gellini” (1894)

A questi va aggiunta, inoltre, tutta quella rete di parcelle sperimentali e collezioni di germoplasma di specie forestali presenti all’interno della foresta stessa.

 

Arboreto Siemoni 1884

Superficie 0,34 Ha. Include 2 sezioni (I e II: esemplari da 001 a 500).

Carlo Siemoni fu chiamato a rimettere ordine nella disastrata economia e nelle tecniche gestionali delle Foreste Casentinesi dal Granduca di Toscana Leopoldo II. Di origine boema Johannes Karl Siemon italianizzò immediatamente il suo nome e si dedicò, con alterne vicende, ma con successo, alla gestione ed al riordino dell’amministrazione forestale accendendo quella tradizione forestale che nell’Appennino è ancora oggi unica. Può essere considerato uno dei fondatori della selvicoltura italiana. Morì nel 1878 a Pratovecchio (AR).

 

Arboreto Tozzi 1886

Superficie 3,00 Ha. Include 17 sezioni (da III a XVI: esemplari da 501 a 2500). 

Bruno Tozzi, monaco vallombrosano, fu insigne botanico, che insieme a Pier Antonio Michieli fondò nel 1717 la Società Botanica. Tozzi compì numerose spedizioni botaniche in tutta Italia e godette di stima anche all’estero, tanto che fu membro dell’Accademia delle Scienze di Londra ed ebbe riconoscimenti da colleghi di tutta Europa. Fu un buon disegnatore e corredò molti suoi scritti botanici con disegni e tavole illustrative; tra le opere più importanti possiamo ricordare “Sylva Fungorum” e “Sylva Fungorum depicta” un lavoro molto ampio di micologia e il “Catalogus plantarum Etruriae et Insularum adiacentium “. In tutto la sua opera è raccolta in 266 volumi ricchi di illustrazioni recanti soggetti non solamente del regno vegetale, ma anche appartenenti al regno animale, come lepidotteri, altri insetti e uccelli. Morì nel 1743.

 

Arboreto Perona 1914

Superficie 0,97 Ha. Include 11 sezioni (da XVII a XXXVII: esemplari da 2501 a 4700).

Vittorio Perona fu assistente di A. di Bérenger; iniziò ad occuparsi degli arboreti a partire dal 1880, fu il principale artefice e curatore delle collezioni dendrologiche. Alla sua opera instancabile si devono i successivi ampliamenti in numero di specie e in superficie dell’arboreto. Sotto la sua direzione venne avviata la costituzione dell’Arboreto di Masso del Diavolo e l’impianto dell’Arboreto-saliceto “Borzì”. A Vittorio Perona si deve il merito di aver sempre lavorato intensamente pur in ristrettezze di mezzi. La maggior parte del materiale biologico, la cui introduzione risale al suo periodo, fu ottenuta per scambi di semi con altri istituti europei, soprattutto il Kew Garden di Londra e il Vilmorin francese. In riconoscimento della sua opera, gli sono state intitolate due specie botaniche: l’Acer peronai Schwer. che sembra essere un ibrido Acer opalus x monspessulanum, e Populus alba L. peroneana di cui si possono ammirare maestosi esemplari lungo l’Arno alle Cascine a Firenze. Perona lasciò il servizio nel 1913, poco prima che l’Istituto Forestale venisse trasferito a Firenze.

 

Arboreto Pavari 1923-1958

Superficie 2,10 Ha. Include 12 sezioni (da XXVII a XXXIX: esemplari da 4101 a 4200). 

Nato a Roma nel 1888 e laureato in Agraria a Milano, Aldo Pavari divenne forestale nel 1913 conseguendo una specializzazione in Germania. Nello stesso anno diventò assistente della cattedra di Selvicoltura all’Istituto Forestale di Firenze e nel 1921 ebbe l’incarico di Amministratore della Foresta demaniale di Vallombrosa; nello stesso anno conseguì anche la libera docenza in Selvicoltura. Nel 1922 ebbe l’incarico di avviare l’organizzazione della Stazione Sperimentale di Selvicoltura destinata a divenire, successivamente, Istituto Sperimentale per la Selvicoltura. Fin dal 1913 fu attivo curatore, assieme a Merendi, degli Arboreti di Vallombrosa, di cui effettuò molti ampliamenti e nei quali avviò anche la costituzione delle prime parcelle sperimentali di confronto tra specie e tra provenienze che costituiscono le basi per le ricerche e le sperimentazioni sulla selvicoltura con specie esotiche.

 

Arboreto Allegri 1976

Nato nel 1904, Ernesto Allegri fu un botanico d’eccezione ed un dendrologo degno di ammirazione per le conoscenze scientifiche di cui era depositario. Fu assistente di Aldo Pavari e collaborò a lungo con lui per la gestione degli Arboreti di Vallombrosa. Fu ricercatore attivo della Stazione di Selvicoltura e divenne, successivamente, direttore dell’Istituto Sperimentale per la Selvicoltura. Tra i suoi lavori, relativi alla botanica ed alla dendrologia, vanno ricordate le tavole didattiche che disegnò di suo pugno e che mettevano in evidenza, oltre alla sua grande cultura botanica e scientifica, i caratteri salienti nella differenziazione di specie affini ed importanti per il loro riconoscimento. E’ scomparso nel 1986.

 

Vivaio

Parte più antica dell'arboreto, già arboreto Bérenger (1869).

Adolfo di Bérenger fu il primo Direttore dell’Istituto forestale, ed anche il fondatore degli arboreti che condusse, con l’aiuto di V. Perona, fino al 1886.

 

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© ISS-Arezzo - Aggiornamento 01.03.01