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Attività di Aldo PavariIl testo è tratto dall’articolo Aldo Pavari - Forestale moderno 1988-1960 di Riccardo Morandini (1987), la bibliografia è stata raccolta da Mario Sulli (1986) Aldo Pavari nasce a Roma il 16.8.1888. Conseguito il diploma di enologo presso l’istituto Tecnico di Alba, frequenta la Facoltà Agraria di Milano. Dopo una breve esperienza come Ispettore agrario a Siena, nel 1912 ottiene una borsa di studio per specializzarsi in Scienze forestali presso l’Accademia Forestale di Tharandt (Germania). Entrato nell’Amministrazione Forestale dello Stato, nel 1913 viene assegnato all’Istituto Superiore Forestale di Firenze, di recente istituzione, come Assistente alla Cattedra di Selvicoltura. Durante la I guerra mondiale presta servizio presso l’Ufficio Legnami. Nel 1921 è Amministratore della Foresta Demaniale di Vallombrosa, e nello stesso anno consegue la Libera Docenza in Selvicoltura. Nel 1922 viene incaricato di organizzare la Stazione Sperimentale di Selvicoltura, istituita quale Cattedra dell’Istituto Superiore Forestale di Firenze: ne diviene Direttore titolare nel 1924 e la dirigerà fino alla sua scomparsa, il 17 gennaio 1960. Dal 1929 tiene il corso di ecologia forestale e di selvicoltura nell’istituto Superiore forestale di Firenze (che nel 1934 diviene Facoltà di Agraria dell’Università) e più tardi il corso di Botanica forestale. Nel ventaglio vastissimo di temi affrontati da Pavari durante la sua vita di studioso e di ricercatore, il problema dell’introduzione e della diffusione di specie nuove è stato sempre dominante, dai primi studi fino agli ultimi giorni. Basta scorrere rapidamente la bibliografia per vedere quanti fra i ben 373 titoli riguardano direttamente o indirettamente questo tema. Accanto ai lavori fondamentali del 1916, 1921, 1941, quasi ogni anno troviamo articoli o note sul tema della ricerca e dell’introduzione di nuove specie. Tema ritenuto da Pavari fondamentale per arricchire la flora forestale italiana specialmente di conifere, e soprattutto per la zona del Castanetum dove queste specie sono ben scarse; per dare al forestale nuovi strumenti per costituire nuovi boschi o ricostituire ed arricchire i boschi degradati; per assicurare alle nostre montagne una copertura forestale più efficace e per aumentare la produzione del prezioso legno. Questo tema delle specie esotiche è stato affrontato da Pavari su basi strettamente ecologiche, ricercando innanzitutto, attraverso uno studio attento e dettagliato, le possibili omologie climatiche fra gli ambienti di origine delle diverse specie ed i diversi ambienti forestali italiani, per individuare le specie meritevoli di attenzione. Dopo questa selezione preliminare, Pavari è passato all’impostazione di una sperimentazione sistematica e rigorosa, che ha portato in breve alla costituzione di circa cinquecento parcelle sperimentali, per quasi trecento ettari di superficie, sparse su tutto il territorio italiano dalle Alpi alla Sicilia, nelle quali sono state provate oltre quaranta specie di conifere ed altrettante di latifoglie. Nel 1941 esce il volume di Pavari e De Philippis sui risultati di un ventennio di sperimentazione, pietra miliare della letteratura forestale, che Wright definiva, pochi anni or sono, “l’indagine più completa che sia stata condotta” sull’argomento. A sessant’anni dall’inizio della sperimentazione alcune specie, ed in particolare la douglasia, sono ormai un prezioso strumento di lavoro per i nostri forestali. Se il tema della ricerca di nuove specie ha caratterizzato fortemente l’attività scientifica di Pavari, egli ha spaziato in quasi tutti i campi della scienza e della tecnica forestale, dalla botanica alla genetica, dai problemi di rimboschimento alle tecniche selvicolturali, dai problemi di protezione e ricostituzione dei castagneti alla pioppicoltura, ai frangiventi La dendrologia ha vivamente appassionato Pavari, che vi ha dedicato molta attenzione, attirato a questo tema dai primi studi sulle specie esotiche ma certo, in maniera più immediata, dai primi anni trascorsi a Vallombrosa come amministratore di quella Foresta demaniale e quindi già allora responsabile di quel ricchissimo Arboreto. Arboreto cui Egli, assieme ad Ernesto Allegri, dedicò larga attenzione, curandone la conservazione, l’arricchimento, l’ampliamento. Era nell’Arboreto che Egli trascorreva molta parte del Suo tempo operoso durante i soggiorni estivi a Vallombrosa, assieme agli allievi per le esercitazioni pratiche di Botanica forestale o più spesso con qualcuno dei suoi collaboratori, per verificare e precisare la classificazione delle numerosissime specie arboree ed arbustive. A Pavari è dedicata l’ampia sezione dell’Arboreto di Vallombrosa costituita sotto la Sua direzione. Pavari, oltre a curare l’arboreto di Vallombrosa e quello delle Cascine a Firenze, promosse la costituzione di un arboreto a Monte Carpegna, purtroppo perduto, e dell’importante “Arboretum Taurinense”, di ben trenta ettari che, nonostante le difficoltà, rappresenta tutt’oggi un prezioso patrimonio culturale e scientifico. Da “Dendrologia ed arboreti” (1929) a “Gli arboreti sperimentali di Vallombrosa” (1938) all’ampio articolo sull’Arboretum Taurinense (1954) a “Dendrologia e botanica forestale”, magistrale lettura tenuta all’Università di Instanbul (1958), alle numerose note su tante specie forestali pubblicate su “L’Alpe” e su “Monti e Boschi”, particolarmente nei numeri speciali da Lui promossi, le riflessioni di Pavari su questo tema ne mettono in rilievo l’importanza ed il valore, oggi più largamente riconosciuto nella nuova attenzione riservata alla natura ed all’ambiente. Altro settore di rilevo fu la genetica forestale perché Pavari ne ha fatto conoscere in Italia i principi generali ed ha promosso e condotto le prime sperimentazioni. Già nel 1929 Pavari costituisce a Vallombrosa le prime esperienze sulle provenienze di Abies alba, cui seguiranno, promosse dalla IUFRO, quelle sul pino silvestre, sul larice e, più tardi, su alcuni pini mediterranei e sulla douglasia. L’organizzazione della sperimentazione sulle specie esotiche propone a Pavari il problema dell’approvvigionamento del seme e lo porta a studiare questo argomento in tutti i suoi aspetti: ciò gli permetterà di trattarlo con grande chiarezza e modernità in una serie di tre articoli sulla Rivista Forestale Italiana (1939 e 1940), sostenendo l’importanza fondamentale della provenienza del seme per il successo dei rimboschimenti e per il progresso della selvicoltura, e la necessità di utilizzare nei diversi ambienti non solo la specie adatta ma anche la provenienza adatta. Pochi anni dopo Pavari inserisce con efficacia questo postulato in un programma organico di ricostituzione delle foreste italiane dopo i danni della guerra, dal quale risultano le basi per l’applicazione pratica della genetica forestale. La costituzione, da Lui promossa, del Libro Nazionale Boschi da Seme, di cui già nel 1948 viene pubblicato un primo stralcio, pone allora l’Italia all’avanguardia in questo campo; purtroppo alla costituzione di queste solide basi non seguirà l’applicazione generalizzata di questi fondamentali principi, applicazione che tutt’oggi è largamente carente. Alla selezione massaie, scelta dei boschi da seme, seguirà la selezione individuale delle piante superiori, capostipiti di doni o materiali di base per costituire arboreti da seme. Pavari, pur aperto a questi indirizzi moderni, sostiene vigorosamente l’opportunità e la necessità di mantenere anche nei boschi artificiali “una certa eterogeneità” che si riflette “in una preziosa plasticità che permette al selvicoltore ... di ottenere soprassuoli sani e produttivi ... ed assicura il bosco permanente”. Accanto a questi concetti, nell’ultima Sua lettura all’Accademia, nel 1959, Egli sottolinea “l’importanza del mantenimento delle foreste naturali come prezioso scrigno genetico”. E della conservazione di campioni delle diverse formazioni forestali Egli si farà promotore fin dall’inizio degli anni ‘50, ben prima delle mode naturalistiche: per Sua iniziativa nel 1954-55 saranno scelte nelle Foreste Demaniali una trentina di aree, dalle Alpi alla Sardegna alla Sicilia, aree da sottoporre a protezione integrale per seguirne l’evoluzione naturale indisturbata. Si impegna poi vivamente per cercare di evitare la distruzione del Bosco di Policoro, eccezionale esempio di formazione ripale della Basilicata, e per ottenere la conservazione di altri boschi di particolare interesse. I primi articoli di Pavari su problemi di selvicoltura riguardano aspetti della zona alpina: il taglio saltuario (1914 e ‘15) e subito dopo, durante gli impegni nel servizio legnami dell’Esercito, aspetti e problemi delle zone prossime al fronte, poi delle foreste demaniali delle province redente. Più tardi Egli lascerà i problemi forestali alpini prevalentemente ai suoi collaboratori, e concentrerà la Sua attenzione sui problemi della foresta mediterranea. Di questo ambiente, vario, complesso, difficile, Egli saprà conoscere ed analizzare ogni aspetto fino a divenirne l’interprete più brillante: le condizioni ecologiche, il manto forestale, i problemi umani e sociali sono da Lui intesi in tutti i dettagli ma soprattutto nella loro interazione. Egli comprende che in questo ambiente l’uomo è l’elemento fondamentale e che quest’uomo ha pur diritto di vivere: in questo senso Egli accetta la necessità del pascolo anche in foresta, la necessità di una integrazione stretta anche se talora difficile, tra agricoltura e foresta. Albero, bosco, campo, sono per Pavari elementi inscindibili dell’ambiente socio-economico mediterraneo. L’albero ed il bosco proteggono i campi, danno non solo legno ma foraggio, frutti, e tanti altri prodotti, svolgono funzioni plurime e varie. Questi concetti sono richiamati e spiegati efficacemente da Pavari in un’ampia serie di lavori che integrano mirabilmente le sue attente analisi ecologiche e le linee di intervento da Lui tracciate per la gestione del bosco mediterraneo. L’albero è per Pavari elemento fondamentale della bonifica agraria: Egli convaliderà il valore e la realtà di questo asserto non solo con i suoi scritti, ma con realizzazioni concrete di grande ampiezza. Se oggi nella Pianura Pontina non restano che spezzoni frammentati dell’importante sistema di frangiventi realizzato secondo le direttive di Pavari, Arborea in Sardegna è il più classico esempio nel Mediterraneo di un sistema razionale di frangiventi che sessant’anni fa ha permesso la trasformazione di una landa deserta in un complesso agricolo di altissima produttività e che ancor oggi protegge con piena efficacia le colture agricole e fornisce elevate produzioni di legno: Arborea è il monumento vivo alla memoria di Aldo Pavari. Ben a ragione Cesare Pilla, nel ricordarLo all’Accademia dei Georgofili, definiva Pavari “Maestro e realizzatore”. Realizzatore degli imponenti sistemi di frangiventi che abbiamo appena ricordato, ma anche animatore e promotore di grandi progetti di rimboschimento, a eucalitti nell’Italia meridionale, a douglasia in Toscana. Egli era riuscito infatti a trasmettere la Sua fiducia nell’importanza e nel valore ecologico ed economico del bosco e del rimboschimento non solo ad enti pubblici ma anche a società ed a privati imprenditori, che nell’albero e nel bosco hanno investito ingenti capitali. […]
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© ISS-Arezzo - Aggiornamento 01.03.01 |
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